
CERCANDO IL BENE COMUNE
Definire il bene comune oggi, più di ieri, è particolarmente difficile. In un primo momento perché viviamo in un sistema mondo caotico, in cui i vecchi valori – se pur demagogici – sono entrati in crisi sotto la violenta rappresaglia dei mercati e del sistema economico-finanziario. Il mercato ha assunto la consistenza di un gigantesco e disumano mostro che tutto divora e tutto annichilisce. Conseguenza di questa più marcata forma di egoismo sociale e l’attuale crisi, non solo politica-economica ma di prospettive future per l’umanità che, senza più punti fermi di riferimento, brancola nel buio. In questa situazione la ricerca del bene comune e il comprendere la sua radice umana, può rappresentare una luce salda e forte per chi volesse avventurarsi nell’oscurità, una piccola bussola di cui nessuno può davvero fare a meno.
La fondazione di una cultura del bene comune credo debba poggiarsi su categorie e criteri innovativi e loro volta capaci di ispirare valori, progetti e regole per una civiltà plurale delle donne e degli uomini; perciò, mentre i grandi potenti della terra discutono e cercano soluzioni alla crisi economica e finanziaria, mentre la mannaia delle guerre e del terrorismo lascia dietro di sé morte, distruzione e macerie, la gente comune s’interroga sul proprio futuro, quello dei propri cari, delle persone più prossime, dei propri figli. Interrogativi questi che spesso sperano di trovare risposte nei così detti valori “di una volta”, rivolgendosi e affidandosi allo Stato, auspicando che ci possa essere una politica “buona”, anche se ciò accade sempre più spesso con maggiore incertezze, disillusioni e sfiducia. Ricercare il bene su questo piano, significa sperare in un improbabile rinnovamento della politica, a dimostrazione che spesso le abitudini prevalgono ancora sulle tensioni al cambiamento, le incertezze e il caos coscienziali prevalgono ancora sulla ricerca di un’alternativa. Nonostante questo, però, nella società emergono anche dalle espressioni ed esperienze che si pongono in aperta contraddizione sia con l’oppressione nelle sue dimensioni macroscopiche, sia nel piccolo cosmo del vissuto quotidiano. Talvolta ciò accade in modo dirompente, talvolta meno, in ogni caso i tentativi di ripresa dell’intervento dal basso mettono in discussione la sostanza stessa dei poteri oppressivi, anche se poi nelle forme le istituzioni dell’oppressione e le loro ideologie sembrano insuperabili e richiamano come sirene nell’alveo sistemico. Ci sono processi embrionali che, sempre più spesso, nell’autoattività e nel protagonismo di ognuno o in un piccolo gruppo di persone, tendono a sedimentarsi e spronano i loro protagonisti a costituirsi in soggettività individuali e collettive, mettendo in discussione le relazioni precostituite. Gli esempi di queste esperienze sono tanti a livello internazionale, nazionale e locale, tutti importanti da conoscere, studiare e da cui apprendere per imparare a costruire un mondo migliore.
Nell’articolazione di questo scritto ogni lettore sentirà parlare di sé e probabilmente – è quello che spero – ciò che è scritto indurrà riflessioni e dialoghi comuni, nel proprio ambito d’impegno, nell’amicizia, nella solidarietà poiché questo lavoro vuole essere uno stimolo a guardare alla vicenda umana nella sua permanente tensione a emergere e a migliorare la vita contribuendo e costruendo la ricerca del bene comune.
Una cultura del bene è inseparabile da una cultura del bello, del giusto, del vero, della libertà, positivamente, cioè creativamente, intesi. Il principio da cui tale ricerca parte è quello delle scelte proprie, variamente avvertite, che tenendo in conto il contesto e le urgenze sociali, i condizionamenti e le suggestioni delle culture dominanti, pretende di far prevalere la dimensione cosciente individuale e relazionale, comunarda e libertaria. Scelte che si vengono sviluppando e praticando in modo costante e organizzato all’interno della società profonda e delle sue diverse aggregazioni, puntando a trasformarle.
Viviamo un tempo di società umane che si stanno disfacendo, di famiglie fracassate, di relazioni umane incerte e sfilacciate e ne soffriamo, anche quando cerchiamo di reagire positivamente, viviamo una sorta di smarrimento e respiriamo un’aria umanamente viziata. Questa sensazione e condizione sono la prova che la specie umana ha effettivamente acquisito dei vizi che la danneggiano, di certo non le producono benessere. Come il fermarsi alle apparenze invece di andare a fondo delle proprie scelte, o il permettere al passato recente di incombere sul presente e sul futuro più di quanto dovrebbe; ancora, di avvertire e sentire la mancanza più che formulare un desiderio. Noi umani siamo sia abbastanza conservatori sia potenzialmente molto creativi. Tutta la storia dell’umanità dimostra chiaramente che entrambi questi aspetti sono presenti, in proporzioni cangianti, in ciascuna persona, e in ciascun gruppo di persone. E’ l’aspetto creativo che ci ha permesso di affermarci come specie umana, non la conservazione … Nuove soluzione per nuovi problemi … Credo che i tempi siano finalmente maturi, dopo svariati e contrastanti tentativi e approssimazioni, per avviare con decisione il processo fondativo di una nuova cultura del bene comune. La ricerca del bene comune presuppone l’essere in comune, quindi la possibilità di ripensare su nuove basi la comunanza; le comunità umane dipendono quindi da quando e come questa idea è radicata in esse. Il bene comune non scaturisce automaticamente dalle circostanze esterne, pur presenti e pressanti nella loro complessità, spesso negativa, le condizioni favorevoli al bene comune sorgono dapprima e dapprincipio nelle pulsioni e nelle vocazioni di ogni essere umano. Questo discorso ipotetico fornisce, simultaneamente e reciprocamente, un approccio a tale ricerca più credibile, probabile, utile, possibile. Se partiamo dall’«unità indivisibile» della specie umana, considerata come entità in fieri e in rapporti a loro volta cangianti, non come una monade già conclusa e definitivamente inquadrata da una conceria di lacci esistenziali, cominciamo a intuire la persona e le persone quali progetti incompleti e inquieti, desiderosi di verità, aggrovigliati nelle dinamiche del vivere e della reciprocità del vivere insieme. Individui impegnati nella ricerca di un’introvabile ma presente e pressante armonia, nell’intento implacabile, splendido e triste, della «presa di coscienza». Conducendo, pazientemente e costantemente questa ricerca, guardandoci attorno e gurdandoci dentro assieme, potremmo accorgerci che ciascuna/o è in comune, una persona è tale con, verso, per, grazie ad altre persone, e sin da subito avvertiamo qualcosa di più dell’essere solo. Questa considerazione appare ovvia, persino stupida, proprio perché inerente alla nostra natura speciale, di cui siamo ancora sino in fondo poco consapevoli o coscienti. I motivi che spingono ogni essere, che insieme con gli altri è un essere in comune, sono presenti in ciascun individuo sin dalla nascita. Tensioni e intenzioni alla prossimità, alla comunicazione, alla simpatia verso il prossimo si sprigionano vivendo e si verificano gioiosamente o drammaticamente nell’esperienza quotidiana, in una contraddittorietà costante fra l’io e il tu, che si spinge verso il noi, casomai per rifiutarlo, per criticarlo o cercarlo. Questa forza spontanea è spiegabile con il bisogno di calore, sostegno e appoggio, riconoscimento, compagnia che caratterizza la vita umana; ma inseparabilmente manifesta anche una voglia di piacere e intendimento, di comprensione mutua di una possibile felicità, un’intuizione astratta di totale trasporto per il bene comune agognato. Insomma l’individuo è come tale in rapporto attivo e riflessivo, cercato e patito costantemente con gli altri individui, con ciascuno di loro e in qualche modo con tutti loro.
La ricerca del bene comune è prima di tutto un’opzione positiva: cercare le strade per vivere il meglio (il “meno peggio” cercato dalla politica non ha mai entusiasmato e reso felice nessuno), è un carburante potente, l’unico che ci può fornire la giusta energia necessaria per scrollarci di dosso l’ingombrane ciarpame di apparati politici e ideologie obsolete, e cominciare a guadagnarci la libertà di pensare e inventare un buon modo di vivere insieme. La ricerca del bene comune è possibile e credibile perché basata e radicata nelle nostre caratteristiche di esseri umani. Operare una scelta radicalmente nuova significa iniziare a pensarla, praticarla, diffonderla, sostenerla interpretarla, arricchirla e correggerla. Significa cioè educarsi costantemente a migliorarsi e a migliorare, apprendendo nel contempo a educando. Vivendo questo intreccio virtuoso – tra l’imparare e l’insegnare – si comprende meglio e si qualifica il valore della scelta che si sta facendo.
Chiunque lo voglia e lo scelga sulla base della chiarezza e della lealtà, può cominciare a impegnarsi e quindi a educarsi calibrando l’intensità e il carattere del proprio impegno, conseguentemente può decidere di accrescerlo costruendo il proprio ambito d’intervento e d’impegno.
*Michele Natale, Presidente del Centro Studi “Antonio Lucarelli.
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