Il 30 maggio nell’Ala Nord di Palazzo De Mari si celebrerà il rito di una nuova “democrazia”, si chiama “Democrazia partecipata”, il santo da festeggiare sarà il “Bilancio partecipato”. Occorre dire che questo è senz’altro un fatto positivo ma, certamente non è la risposta che serve per superare il vecchio sistema politico democratico totalitario. E’ un passo in avanti perché apre spazi di confronto e discussione, però bisogna riconoscere che contiene insidie, dovute alle trappole di cui è cosparso l’intero fronte della “democrazia partecipata”. Nell’invito al secondo incontro pubblico in cui l’Amministrazione Comunale di Acquaviva delle Fonti intende sperimentare il bilancio partecipato, c’è scritto che «si potranno inviare proposte anche tramite posta elettronica (…) tutti i cittadini hanno (avranno) la possibilità di rivolgere domande e/o segnalazioni agli Assessori, … progetti e proposte che potrebbero trovare copertura finanziaria … previa verifica da parte degli uffici comunali competenti». Dunque, una partecipazione ridotta alla semplice trasmissione, anche per posta elettronica, di progetti e proposte; una partecipazione di soggetti in “libertà vigilata” da parte degli “uffici comunali competenti” che dovranno “valutare la fattibilità” di tali proposte “partecipate” in base ai mai superati criteri di opportunità politica e quadratura di bilancio che salvaguardi le scelte fiscali fatte dalla politica.
Chiaramente l’assemblea del 30 maggio nell’Ala Nord se limitata alla partecipazione “vigilata”, finalizzata al bilancio triennale del Comune di Acquaviva delle Fonti, sarebbe poca cosa e l’illusione dell’apertura di spazi democratici si trasformerebbe in poco tempo in cocente delusione. Ciò avverrà subito dopo l’approvazione del bilancio previsionale e la preannunciata “valutazione di fattibilità”. Per evitare questo rischio occorre imparare a distinguere gli spazi collettivi reali da quelli virtuali della rete telematica, la rete è uno strumento, gli spazi reali sono le piazze, come quella egiziana di Tahrir e quelle spagnole dei giovani indignati. Per difenderci da questi inganni e imparare a distinguerli è necessario capire l’intima natura del sistema politico democratico statale. Questo sistema è nato con dei limiti, come: il dividere le persone in base alla nascita e alla ricchezza. Ci sono, infatti, dei cittadini dotati di alcuni diritti, anche se sottoposti al vigile arbitrio dello Stato, e persone escluse (stranieri, clandestini, poveri) privi di diritti esposti a ogni arbitrio. Fra i cittadini stessi c’’è chi detiene proprietà di beni e possibilità, e chi non ha niente. A questo popolo stratificato e diviso dicono sia affidata la “sovranità popolare” a patto, però, che affidino la propria volontà alla politica, guarda caso sempre più espressione di quella minoranza di garantiti (i cittadini) cui si tenta di aggregare fasce di soggetti “partecipanti”. La nuova forma di democrazia che vogliono imporci è un inganno da cui dobbiamo imparare a difenderci, poiché il nuovo è più brutto del vecchio, perché la presunta “partecipazione popolare” è sempre più ristretta a pochi garantiti mentre gli esclusi, come i giovani disoccupati e precari, gli immigrati, i cassintegrati e futuri- o già – licenziati, aumentano. Meno la politica ha da offrire e più pretende di decidere su tutto. Quindi illudersi del rito del’apparente partecipazione è poco salutare e per niente foriera di miglioramenti.
Quest’analisi non vuole essere disfattista, ma solo un avvertimento e un invito a non inciampare in manifestazioni di falsa “democrazia”. Guardiamo, analizziamo e impariamo dalla realtà dei nostri giorni. Milioni di persone nei paesi arabi (Egitto, Tunisia, Libano, ecc.) stanno insorgendo per la libertà e la dignità, si uniscono al di là delle differenze di credo, di etnie e condizioni sociali, accumulando sempre più forza per mettere in discussione e abbattere regimi dittatoriali. I fratelli del Nord Africa ci stanno dimostrando che per cambiare in meglio non basta partecipare, occorre impegnarsi in prima persona, insieme agli altri, in base a un progetto di vivibilità, per costruire ambiti liberi, affermare le esigenze di tutti, contrastare gli egoismi e le violenze che peggiorano la vita di ognuno. Non può quindi bastare la “partecipazione”, occorre una rete di aggregazioni solidali che in amicizia inizino a costruire un’alternativa per migliorare la vita, senza minoranze oppressive, per un futuro di libertà e benessere. Partecipare all’assemblea del 30 maggio può essere un momento d’incontro, ma, per andare oltre senza illusioni, occorre incamminarsi su un percorso di democrazia sociale che sappia munirsi di democratici strumenti di auto controllo e auto emancipazione.
*Michele Natale
Presidente del Centro Studi Antonio Lucarelli
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