Martedì 07 Luglio 2020
   
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Cambiamenti climatici, Dr. Romanelli: "Occorre una gestione illuminata"

desertificazione


Negli ultimi anni, tanto sulle riviste specializzate quanto sui media, è stata riservata grande rilevanza al tema dei cambiamenti climatici, ormai sempre più preoccupanti a causa delle dimensioni stesse assunte oggi dal fenomeno.

Anche in Italia si sta assistendo purtroppo ad una progressiva intensificazione degli eventi atmosferici estremi, più o meno in tutte le regioni del nostro paese, con alluvioni, tornado, bombe d’acqua improvvise e grandinate epocali.

In Puglia ad esempio stime recentissime effettuate da esperti del settore indicano ormai al 57% la percentuale di territorio a rischio di desertificazione (specie nelle province di Foggia, Taranto e Lecce), proprio a causa dei grandi cambiamenti climatici in atto (dati ufficiali ANBI).

Solo nella nostra regione, nella scorsa estate si son verificati ben 25 eventi metereologici straordinari, peraltro concentrati in soli due mesi, con gravissime conseguenze per la agricoltura locale e ovviamente con danni economici ingenti, come segnala la Coldiretti Puglia.

Tali fenomeni oltretutto contribuiscono indirettamente ad evidenziare, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la carenza disarmante di infrastrutture della nostra nazione, la presenza di un sistema irriguo inefficace e discontinuo, la sconcertante superficialità degli interventi di manutenzione fino ad oggi garantiti.

In definitiva dunque il livello di rischio idrogeologico dell’Italia è da considerarsi a dir poco preoccupante, a testimonianza di una palese vulnerabilità della nostra nazione, anche in riferimento a questo ambito.

Si è calcolato infatti che almeno il 50% del territorio nazionale sia da considerare come seriamente segnato dal degrado ambientale, valutato in termini di perdita della biodiversità, di consumo di suolo, di diminuzione di sostanza organica, di fenomeni erosivi, di contaminazioni a tutti i livelli (dati ISPRA)

Si stima invece essere valutabile almeno intorno al 10% la quota di territorio nazionale ad altissimo rischio di vulnerabilità (dati ISPRA)

Andrebbero impostate dunque delle campagne informative ben organizzate e ben pubblicizzate, orientate alla educazione ambientale, come ad esempio potrebbe essere quella sul buon uso dell’acqua e sul suo riciclo ottimale, sui tanti sprechi esistenti e sulle modalità per contrastarli.

Vanno poi sicuramente incentivati i sistemi di irrigazione a basso consumo, cosi come vanno promosse le stesse coltivazioni a basso fabbisogno idrico.

I maggiori studiosi internazionali affermano con sicurezza che i cambiamenti climatici, negli anni, finiranno soprattutto col determinare tante e gravi conseguenze sulla salute dell’uomo, con particolare riferimento ai bambini, agli anziani e alle fasce più fragili delle popolazioni.

Le ondate di calore in particolare rappresentano un vero problema per le patologie direttamente ad esse connesse, in primis quelle di natura cardiovascolare e circolatoria; naturalmente poi vanno evidenziati gli effetti delle stesse ondate di calore sulla qualità dell’aria che ne deriva e dunque sui danni all’apparato respiratorio.

Alcune ricerche incominciano a descrivere anche effetti sulla salute mentale specie in soggetti con problemi psichici preesistenti, a seguito di eventi climatici estremi. Sono stati segnalati stati depressivi seri e problemi di ansia di complessa gestione.

Gli studiosi indicano inoltre che in aree geografiche per così dire inedite, si sta assistendo alla comparsa di nuove patologie infettive virali, trasmesse da vettori la cui sopravvivenza è strettamente collegabile ai mutamenti climatici, in quanto le alte temperature e le forti percentuali di umidità dell’aria rappresentano per essi un habitat ideale di sussistenza.

Va oltremodo rammentato il marcato condizionamento che si verifica, anche se in modo indiretto, sulla qualità e sulla quantità degli alimenti, sulla stessa tipologia delle coltivazioni lavorate, con ricadute evidenti sulla disponibilità finale del cibo e dei prodotti ottenuti.

La qualità nutritiva dei cereali, quali riso e frumento, risente negativamente, ad esempio dell’aumento dell’anidride carbonica presente nell’aria che respiriamo, con riduzione dei micronutrienti e delle vitamine del gruppo B, oltre che dell’apporto proteico.

In definitiva possiamo sostenere che parlare di desertificazione non significhi altro che parlare proprio della perdita della produttività economica e biologica del suolo.

Accade dunque che attraverso studi ben condotti, attraverso valutazioni circostanziate, vengano insomma ben delineati i cosiddetti pilastri della sicurezza alimentare, vale a dire la disponibilità, la accessibilità, l’utilizzo e la stabilità, tutti ambiti seriamente condizionati dai cambiamenti climatici incalzanti.

Ci sono, in ogni caso, i chiari presupposti perché aumenti, in maniera evidente, il rischio di malnutrizione per le popolazioni più fragili e più povere, spesso costrette finanche ad abbandonare le proprie regioni di origine, dal momento che alluvioni, siccità e desertificazione dei territori si traducono, con tragica sistematicità, in mancanza di cibo e soprattutto in drammatica carenza di acqua.

A fronte di ciò, esiste poi un enorme problema di sicurezza e di spreco alimentare che da tempo ormai riguarda il nostro pianeta, calcolato dagli esperti dell’IPCC (gruppo di lavoro nato nel 1988) in percentuali variabili dal 25 al 30% del cibo prodotto. Orientativamente negli ultimi dieci anni, secondo le stime degli studiosi del settore, lo spreco alimentare ha rappresentato un fattore responsabile del 10% circa delle emissioni di gas serra causate dall’uomo.

Si parla insomma ormai di un pianeta con temperature sempre più alte a causa degli incredibili livelli di inquinamento raggiunti, con innumerevoli vittime e tantissimi decessi in buona parte potenzialmente evitabili, con lo spettro della fame e della miseria che aleggia per larghe fasce di popolazioni e in regioni sempre più vaste e numerose. Nello scorso gennaio il New England Journal of Medicine ha pubblicato un report davvero poco incoraggiante, nel quale si rammenta fra l’altro che “la temperatura globale della superficie terrestre è aumentata di 1 grado Celsius dall’epoca preindustriale ad oggi, con un incremento attestatosi ormai in media su valori di +0,2 ° per decade”.

Si tratta insomma di quello che a ragione viene definito “un vero disastro antropogenico”, viste le chiarissime responsabilità dell’uomo, anche se si continuano a denominare fenomeni estremi “naturali”.

 

Paradossalmente i danni maggiori di tale disastro climatico ed ambientale saranno con ogni probabilità proprio a carico di quelle stesse zone geografiche, di quelle stesse regioni del mondo che meno hanno contribuito con le loro scelte a determinarlo.

Viene da più parti richiesto un intervento determinato e deciso, una risposta convincente ad un richiamo forte alla cooperazione internazionale, uno sforzo comune da parte di tutte le nazioni che si traduca in politiche ambientali nuove e strategicamente efficaci, da attuare ovviamente in tempi rapidissimi e con risorse economiche idonee, cospicue e ben distribuite.

Il sistema completo di produzione alimentare va rivisto nella sua interezza, così come va riordinata e riorganizzata la gestione stessa dei territori, finalizzando tutti gli sforzi ad una fruizione sostenibile delle risorse dell’uomo.

Gli studi effettuati dagli esperti delle varie nazioni mondiali dicono chiaramente come addirittura un quarto delle emissioni di gas serra sono oggi attribuibili alle attività umane di agricoltura ed uso intensivo del suolo (in particolare anidride carbonica, metano, protossido di azoto).

In realtà proprio la anidride carbonica, sempre secondo le stime riportate in letteratura (NEJM gennaio 2019) è praticamente raddoppiata nelle sue concentrazioni rispetto all’epoca preindustriale. Ricordiamo come si tratti di un gas che inoltre permane a lungo nella atmosfera, anche fino a mille anni.

Rilevante appare il dato secondo il quale negli ultimi 50 anni le emissioni di protossido di azoto sono in pratica raddoppiate grazie all’impiego dei fertilizzanti artificiali, un prodotto cardine purtroppo in agricoltura intensiva.

Allo stesso modo particolarmente dannosi sono gli effetti degli allevamenti intensivi di bovini ed ovini in termini di emissione di metano, un gas potentissimo che contribuisce fortemente, come già detto, all’effetto serra.

In contemporanea il risultato sul fronte del mercato alimentare ha visto praticamente raddoppiati i consumi di carne, come era logico attendersi.

In conclusione, occorre una gestione accorta e illuminata delle risorse naturali e dei territori da parte di politici e amministratori a tutti i livelli, dagli enti locali al governo centrale.

Va inoltre sostenuta come scelta culturale una revisione seria delle abitudini alimentari di tutti noi consumatori e soprattutto va incoraggiato anche con motivazioni scientifiche un nuovo approccio verso metodiche alternative di coltivazione e di allevamento.

Lo slogan di presentazione del report IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite), pubblicato mesi orsono, racchiude per tutti noi un messaggio inequivocabile e soprattutto ineludibile:

“La terra è il posto in cui viviamo. La terra è sottoposta alla crescente pressione dell’uomo. La terra è parte della soluzione ma la terra non può fare tutto da sola”.

Molto semplicemente del resto, basta riflettere sul fatto che non esiste un pianeta di riserva e occorre davvero compiere ogni sforzo per non perdere altro tempo prezioso.


Vito Romanelli

Medico Pediatra

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